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Piccola Guida di Trastevere, piazza Sonnino
Belli

Statua del Poeta Giocchino Belli

Il poeta Gioacchino Belli a Trastevere

Il poeta dialettale romano Gioacchino Belli è rappresentato con cilindro in testa davanti a una fontana presso piazza Sonnino, per la precisione in Piazzetta Belli,vicino a ponte Garibaldi,nel quartiere di Trastevere dove il poeta era nato. Si appoggia a un bastone ed è vestito elegantemente.

La piazza, situata all'inizio di viale Trastevere, è dedicata a Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli (1791-1863), poeta italiano conosciuto soprattutto per le sue poesie in dialetto romanesco e per il forte senso di appartenenza con Trastevere e con i trasteverini.
Celebri i sonetti in romanesco lasciateci dall’esimio autore, sagace e sottile.


I Sonetti sono la sua opera maggiore. Si tratta di una raccolta di 2279 sonetti in romanesco, composti per la maggior parte in due fasi: 1830-1837 (1867 sonetti); 1842-1847 (412 sonetti). Vivente Belli, ne furono stampati solo 23, ma uno solo con il suo consenso (si tratta de “Il padre e la figlia”, “Er padre e la fijja”).

 

Il Giovane Poeta

Belli sceglie la vita del popolo come soggetto della propria opera perché vive in una società dominata dalla corruzione e dalla ipocrisia. Il popolano, per il suo stato di emarginazione, diventa in questa situazione l'unico depositario della verità "nuda" e “sfacciata” («fra noantri soli | se pò trovà la verità sfacciata», sonetto, 1808).


Belli scrive in romanesco, da sottolineare però che quella plebe protagonista nei sonetti, è una plebe che in gran parte non sa né leggere né scrivere: quella plebe non avrebbe mai potuto "leggere" quei sonetti, che però circolano ben presto in forma orale. Per questo Belli sceglie il “segreto di pulcinella” ( tutti sanno che lui scrive sonetti romaneschi ) si nasconde dietro pseudonimi e la circolazione clandestina.

Belli si firmava “Peppe er tosto” oppure “996”, crittogramma che nascondeva le iniziali “ggb”. Un'ampia scelta comprendente 786 sonetti, insieme a poesie in italiano, ne pubblica il figlio Ciro ("Poesie inedite", 1865-1866). Seguono alla fine del XIX secolo una raccolta incompleta (1886-1889) e solo nel 1952 una prima edizione integrale e rivista sugli autografi.

Belli

Nel 1828 si dimette dalla Tiberina e con un gruppo di amici liberali apre in casa sua un gabinetto di lettura. Nel 1837 muore la moglie. Ciò lo riporta in gravi angustie economiche. Angosciato per il futuro del figlio, nel 1838 chiede di essere riammesso all'Accademia Tiberina, e ottiene un impiego al Debito Pubblico.
La repubblica mazziniana del 1849 lo sconvolge: brucia tra l'altro le minute dei sonetti romaneschi e scrive nel testamento che anche il resto della produzione romanesca sia bruciata «affinché non sian dal mondo mai conosciuti, siccome sparsi di massime, pensieri e parole riprovevoli». Per nostra fortuna aveva poco tempo prima affidato copia manoscritta dei "Sonetti" all'amico monsignor Tizzoni, che li conserva e, dopo la morte di Belli, li consegna quasi integralmente al figlio.


Belli: I sonetti.

Belli andava per osterie e botteghe, rubando ai parlanti battute, scene che riportava a volte fedelmente nei suoi sonetti. Come del resto provano i manoscritti, in cui si vede come Belli partisse proprio da frasi o battute, e intorno a queste costruiva il sonetto. Tra le cose migliori, “La creazione del mondo” (“La creazzione der monno”, sonetto 165, datato 4 ottobre 1831): «L'anno che Gesucristo impastò er monno, | ché pe impastallo già c'era la pasta, | verde lo vorze fà, grosso e ritonno, | all'uso d'un cocommero de tasta. || Fece un zole, una luna, e un mappamonno, | ma de le stelle poi di' una catasta: | su ucelli, bestie immezzo, e pesci in fonno: | piantò le pianne, e doppo disse: "Abbasta". || Me scordavo de dì che creò l'omo, | e coll'omo la donna, Adamo e Eva; | e je proibbì de nun toccaje un pomo. || Ma appena che a magnà l'ebbe viduti, | strillò per dio con quanna voce aveva: "Ommini da vienì , séte futtuti"». 

Poesia del Belli:
La morte der zor Meo
Sí, cquello che pportava li capelli ggiú pp’er gruggno e la mosca ar barbozzale, er pittor de Trestevere, Pinelli, è ccrepato pe ccausa d’un bucale. V’abbasti questo, ch’er dottor Mucchielli, vista ch’ebbe la mmerda in ner pitale, cominciò a storce e a mmasticalla male, eppoi disse: "Intimate li fratelli". Che aveva da lassà? Ppe ffà bbisboccia ner gabbionaccio de Padron Torrone, è mmorto co ttre ppavoli in zaccoccia. E ll’anima? Era ggià scummunicato, ha cchiuso l’occhi senza confessione... Cosa ne dite? Se sarà ssarvato?

G.G.Belli

osterie

Poeta dialettale

La Roma in cui Belli viveva, e che riflette nei suoi sonetti, è una città che vive in una povertà disperata, con pochissimi detentori di una ricchezza sfrontata.

Una città in cui lo sfruttamento del popolo arrivava al punto che le leggi sull'ordine pubblico erano rese più o meno severe a seconda del bisogno di manodopera gratuita, in modo da riempire le carceri di «braccia schifose» sufficienti a mandare avanti le poche fabbriche senza assumere nessuno.
Un inferno in cui la paga settimanale di un operaio bastava per comprare olio da illuminazione, legna per riscaldarsi e pane sufficienti per due /tre giorni al massimo: per il resto bisognava arrangiarsi. Il furto e la prostituzione erano metodi di sopravvivenza.

La scelta del romanesco era cosa diversa dal milanese, dal veneziano o dal napoletano: queste erano parlate comuni a tutti gli strati sociali delle rispettive società. Il romanesco invece, per un insieme di ragioni storiche, era un idioma esclusivamente privato e subalterno, usato solo dalla plebe o nella comunicazione domestica.

Sceglierlo significava trasferirsi integralmente nelle strutture mentali e culturali della "turba".
Belli come nessun scrittore realista italiano, attuò in pieno questo difficile transfert.

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